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Rassegnati, sei diventato adulto
Ti ricordi quando eravamo giovani?
Quando la città era tutta sotto le nostre scarpe da ginnastica, i cortili ai nostri piedi, i ponti con le spalle tese, i tetti più alti che si lasciavano abbracciare dall'alba e la polvere delle strade sugli incroci, come croci.
Ottobre ondeggiava dentro una bottiglia di vetro, nelle tasche, al posto dei soldi, soltanto un biglietto del tram. Le nocche sbucciate, un sorriso insolente sul volto, e in ogni vicolo una storia che aspettava di essere raccontata.
Profumavamo di libertà, ebbra e sconsiderata, bruciavamo fino a ridurre il cuore in cenere. Ci spezzavamo, ci ricomponevamo, vibravamo come corde, perché finché il cuore batteva bisognava soltanto vivere.
Oggi la città scorre sotto gli pneumatici invernali, lungo un percorso già tracciato sul filo dell'asfalto. Le torri di vetro, dietro una tazza di caffè, nascondono alle nostre spalle il cappio e la frusta.
Ottobre se ne va lentamente, come un'illusione infranta, in un bicchiere di whisky con un cubetto di ghiaccio. Le settimane si stringono al collo come una cravatta, e quella spensieratezza di allora svanisce senza far rumore.
Oggi siamo più grandi, forse persino più saggi, e probabilmente anche la felicità è diventata più prudente. Lo stipendio arriva sulla carta come un trofeo conquistato, e agli amici che chiedono di vederci rispondiamo con un breve «no».
Un pranzo in famiglia interrotto dalla chiamata del comandante, un'altra notte che si avvicina furtiva, come una lince. Non corriamo più incontro alla vita con il fuoco e la sfrontatezza di un tempo.
E la felicità se n'è andata, lasciandoci un biglietto sul tavolo:
«Sei diventato adulto. Rassegn
ati.»
Johann Lubeck